Strappata alla vita da chi avrebbe dovuto proteggerla. A cinque anni dalla scomparsa di Saman Abbas, il suo caso resta uno dei più dolorosi e simbolici in Italia. Era la sera del 30 aprile 2021 quando la 18enne pakistana venne accompagnata fuori dalla sua casa di Novellara dai familiari per andare incontro alla morte. Le telecamere di sicurezza la riprendono con uno zaino in spalla mentre si allontana con loro; pochi minuti dopo, i genitori rientrano senza di lei. Dietro quella notte, una storia di paura e coraggio: la giovane aveva denunciato la famiglia che voleva costringerla a un matrimonio forzato in Pakistan, scegliendo la libertà. Dopo la scomparsa scattarono subito le ricerche, ma il corpo venne ritrovato solo il 18 novembre 2022, sepolto vicino a un casolare abbandonato, a pochi metri da casa, grazie alle indicazioni dello zio. L’iter giudiziario è stato lungo e complesso e ha portato alla condanna all’ergastolo dei genitori, confermata in appello, così come quella dei cugini. Per lo zio, ritenuto l’esecutore materiale, la pena è stata aumentata a 22 anni. Determinante per le indagini la testimonianza del fratello minore di Saman, che ha raccontato i dettagli della notte dell’omicidio. La madre è stata arrestata successivamente, nel maggio 2024. Di recente, la Procura di Reggio Emilia ha contestato alla donna anche l’accusa di tentata costrizione al matrimonio. Il prossimo 17 giugno, in Corte di Cassazione a Roma, inizierà quello che potrebbe essere il capitolo conclusivo del processo. Oggi a distanza di 5 anni dalla morte della 18enne, il nome di Saman Abbas non è solo una ferita aperta ma un simbolo di una battaglia contro i matrimoni forzati e contro ogni forma di violenza familiare.






































