Il coltello in tasca, la rabbia negli occhi. È cronaca quotidiana di ragazzini aggrediti, ma sempre più spesso anche aggressori. Due facce dello stesso disagio. Succede nelle stazioni, sugli autobus, dentro e fuori le scuole. L’ultimo caso, mercoledì, a Sassuolo. A lanciare l’Sos è lo psichiatra Paolo Crepet, che richiama a una responsabilità semplice ma disattesa: tornare a parlare davvero con i figli. Se il dialogo manca, il vuoto si riempie comunque: con la violenza, come linguaggio immediato, o con forme più silenziose ma ugualmente distruttive, come alcol e sostanze. Nel branco o nell’anestesia. È lì che molti ragazzi finiscono. Un’anima che si perde. E forse non è un caso se “Riprendersi l’anima”, il titolo del libro presentato in prima nazionale a Formigine, suona più come un’urgenza che come un invito. Genitori, ragazzi, scuola. È il triangolo, ormai in tensione permanente, attorno al quale batte il cuore del libro. Tre vertici che non comunicano più davvero tra loro, o lo fanno in modo distorto, filtrato da paure, deleghe e incomprensioni. In mezzo, un’educazione che ha progressivamente smarrito la sua funzione generativa.