Una manciata di giorni e ci siamo: la primavera abbandonerà l’ora solare, per spostare le lancette degli orologi avanti di un’ora. Il cambio con l’avvento di quella legale, nella notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo. Mai come quest’anno strategica, per la riduzione dei consumi energetici che comporta una volta attiva. Le giornate si allungano, con più luce naturale e meno bisogno di illuminazione artificiale, con effetti positivi anche sulle bollette. Intanto, alla Camera si riapre il confronto sulla possibilità di renderla permanente. L’11 marzo scorso, la Commissione Attività Produttive della Camera ha dato il via libera a un’indagine conoscitiva sugli effetti della misura. L’obiettivo: valutare benefici energetici, produttivi e ambientali, con conclusione prevista entro il 30 giugno. Il tema nasce dalla consultazione del 2018 della Commissione Europea, in cui l’84% dei cittadini si disse favorevole all’abolizione del cambio d’ora. Nel 2019, il Parlamento Europeo ha aperto alla scelta dei singoli Stati, ma il dossier è rimasto fermo. In Italia, l’ora legale fu introdotta per la prima volta nel 1916, durante la Prima Guerra Mondiale, per far fronte alla scarsità di risorse energetiche. Dopo varie interruzioni, l’adozione stabile del cambio d’ora risale al 1966. I dati di Terna confermano l’impatto positivo: tra il 2004 e il 2025 il minor consumo di energia elettrica ha superato i 12 miliardi di kWh, con un risparmio complessivo di circa 2,3 miliardi di euro per i cittadini. Anche sul piano ambientale i benefici sono rilevanti: secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale, l’ora legale consente una riduzione annua delle emissioni di CO2 tra le 160.000 e le 200.000 tonnellate. Numeri che riaccendono il confronto, mentre in Europa la questione resta ancora sospesa.