Solo a Modena, negli ultimi dodici anni, hanno abbassato la serranda 170 esercizi commerciali: un dato, quello elaborato dalla Camera di Commercio, che fotografa la trasformazione che sta interessando i negozi di vicinato. Al loro posto, crescono soprattutto bar e ristoranti, contribuendo a rendere i centri più dinamici sul piano turistico, ma meno funzionali per le esigenze quotidiane dei residenti. Il fenomeno si inserisce in un quadro occupazionale che, pur nella contrazione del commercio tradizionale, mostra una tenuta complessiva proprio grazie alla ristorazione. A livello regionale, gli addetti sono aumentati del 16,8% tra il 2015 e il 2025, raggiungendo lo scorso anno quota 218mila. Sul territorio emiliano-romagnolo il saldo delle unità locali resta però negativo: Ferrara segna la flessione più marcata (-15,8%), mentre Rimini risulta la provincia più resiliente (-5,9%). Le aree montane e collinari risultano già fortemente impoverite, mentre le città medie emergono come i contesti più fragili nella fase attuale. Secondo Nomisma, la rapida sostituzione delle vetrine attenua l’impatto visivo nelle grandi città, ma solleva interrogativi sulla qualità del servizio urbano. La ristorazione cresce trainata dal turismo, insieme all’edilizia e alla cura della persona, mentre il tessile e l’abbigliamento restano i settori più in difficoltà. Il mercato immobiliare riflette queste tensioni: i prezzi di compravendita calano in tutta la regione (Parma -23,2%, Bologna -13,9%), mentre i canoni di affitto aumentano, con il picco di Piacenza (+31,7%). Un contesto in cui il negozio di prossimità assume sempre più una funzione sociale e di presidio territoriale, soprattutto nelle periferie.