+38% per l’energia elettrica e addirittura +81% per il gas. A poco più di un mese dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, i rincari energetici iniziano già a colpire famiglie e imprese, con un impatto che nel 2026 potrebbe arrivare a 15,2 miliardi di euro. A fotografare la situazione è la CGIA secondo la quale l’Emilia-Romagna è tra le regioni più esposte. L’aumento dei costi energetici nella regione potrebbe superare 1,7 miliardi di euro, terzo valore più alto in Italia dopo Lombardia e Veneto. Per le famiglie questo significa bollette molto più alte, con una riduzione immediata del potere d’acquisto. Le spese per luce e gas rischiano di comprimere i consumi quotidiani, incidendo soprattutto sui nuclei più fragili. Senza interventi, il rischio è quello di una nuova emergenza sociale, simile a quella già vissuta nel 2022. Per le imprese, invece, il quadro è ancora più critico. Il sistema produttivo regionale è infatti legato anche all’export verso il Medio Oriente, che vale 3,5 miliardi di euro, di cui 2,5 miliardi verso i Paesi del Golfo Persico. Nel 2025 l’Emilia-Romagna ha destinato a questi mercati il 4,2% del proprio export, una quota non dominante ma strategica in un contesto globale già segnato da forti tensioni. Il rischio è quello di una contrazione commerciale in caso di escalation del conflitto, come successo nel 2021 con Russia e Ucraina, quando l’export si è dimezzato. Lo scenario che si delinea è quello di una pressione crescente su famiglie e imprese, con il rischio di effetti economici diffusi sull’intero sistema regionale con perdita di competitività e rallentamento degli investimenti.