L’intervista a Sigfrido Ranucci
All’Arena, una sala gremita lo accoglie tra gli applausi. Non una presentazione, ma un atto d’accusa. Il volto di Report è arrivato a Modena per raccontare il suo nuovo libro, “Il ritorno della casta”. Ma più che un racconto, una “radiografia” del potere. Ranucci parte da lontano, da quel “filo nero” che lega cinquant’anni di storia italiana: dalla P2 fino ai palazzi di oggi. Un filo che, dice, non si è mai spezzato. Parla di un vero e proprio “regolamento di conti”: politica contro magistratura, potere contro controllo. E lo fa con numeri, atti, fatti. Il risultato è netto: dietro la promessa di una giustizia più veloce, si profila il rischio di un sistema a due velocità: una corsia preferenziale per chi conta, un vicolo cieco per chi resta indietro. E poi c’è il nodo vero, quello che resta anche quando si spengono le luci: la libertà di stampa. Non uno slogan da convegno, ma un costo reale, personale, misurabile. Ranucci, quel costo, lo ha pagato: un attentato sotto casa, lo scorso ottobre. E forse la conferma di quanto il giornalismo d’inchiesta, quello vero, faccia ancora paura. Perché non si limita a raccontare il potere, lo incalza. Non si accontenta delle versioni ufficiali, le smonta. Non cerca consenso, ma riscontri. È qui che si gioca la partita.






































