«La crisi che ha colpito il comparto costruzioni già da parecchi anni non tende a diminuire: non si vendono quasi più immobili, nessuno si fida ad investire e chi ha costruito si trova patrimoni immobiliari sulle spalle che non riesce a vendere. Inoltre le banche non sono più disposte a finanziare chi opera in questo settore, anzi, le aziende del comparto sono spesso penalizzate anche nel rating». Lo dicono, a una voce sola, tre esponenti della Lapam Confartigianato di Modena e Reggio che guidano le organizzazioni settoriali della filiera delle costruzioni. Roberto Ferrari è infatti il numero uno locale degli edili, Sandro Pilati degli impiantisti e Monica Telleri del legno-arredo. «Le banche sono in possesso di una quantità enorme di immobili», spiega il trio prima citato. «Le rivalse sulle ipoteche e la messa all’asta di case è all’ordine del giorno e questo non è certo un segnale positivo per l’economia; forse sarebbe il caso di avviare confronto vero sulla possibile re-immissione sul mercato di tali immobili a condizioni di favore, stabilendo regole chiare di accesso, per aiutare il mercato e chi vuole acquistare ma non ha le possibilità degli investitori abituali; tutto questo per non vedere deperire strutture che, a causa di pratiche burocratiche, rischierebbero di andare in malora». Ma non è finita. «Un altro problema è quello dei pagamenti da parte degli enti pubblici: nonostante le promesse ed i proclami i soldi tardano ad arrivare o, in alcuni casi, non arrivano proprio», spiegano gli esponenti della Lapam. «E’ emblematico l’esempio di una serie di imprese che nella zona del cratere hanno dovuto fermare cantieri per mancanza di liquidità: fra i tempi di esecuzione dei lavori con relativi pagamenti dei fornitori ed i tempi di erogazione dei Sal esiste un gap che in alcuni casi non permette alle imprese di continuare per finire i lavori». E anche quando si completano le opere, è poi difficile ottenere il dovuto: «Ormai il sistema adottato da tanti e permesso dalla nostra legislazione, di ricorrere al concordato o ad altri strumenti fanno sì che l’azienda principale sopravviva, mentre tutto l’indotto rischia di morire. Naturalmente questo percorso porta inevitabilmente a far sì che il mercato dell’illegalità si allarghi sempre più, a scapito delle imprese serie e regolari». Problemi enormi a cui si aggiunge l’imponenza della burocrazia, che secondo i tre presidenti di settore Confartigianato Lapam «ha raggiunto livelli paradossali. Per pratiche di qualche migliaio di euro si deve presentare una mole di documenti tale da far schizzare il costo della pratica a livelli inaccettabili rispetto l’importo lavori. Nel cratere poi la burocrazia e la diversa interpretazione delle regole stanno bloccando, o facendo slittare, i tempi di realizzazione degli interventi. Non dimentichiamo poi il peso fiscale sulle imprese e l’incidenza degli studi di settore che prevedono, a prescindere, un risultato positivo anche se l’azienda è in perdita! Anche in questo caso ci auguriamo che si possa avviare, come richiesto più volte dalla nostra associazione, un confronto serio e basato sui dati reali per pagare ciò che è giusto e che debbano finalmente pagare tutti in modo equo e non solo le piccole imprese». La conclusione è amara e i tre presidenti la sintetizzano con una domanda: «C’è davvero la volontà di salvare le aziende sane, regolari? Se le vogliamo salvare dobbiamo prima di tutto sostenere coloro che portano avanti iniziative e progetti atti a migliorare strutture e ambiente, valorizzando le imprese locali e facendo in modo, con leggi adeguate, che non possa succedere che chiunque voglia, in buona o mala fede, possa bloccare gli investimenti di chi ha voglia di fare (naturalmente se in linea con norme e regolamenti). Dobbiamo poi combattere tutti insieme il lavoro nero o irregolare e tramite un accordo fra associazioni ed enti preposti, permettere alle prime di segnalare ai secondi eventuali imprese irregolari, non esponendo direttamente gli imprenditori. Le amministrazioni debbono poi smettere di accettare sconti eccessivi sulle gare». Infine, nel comunicato di Ferrari, Pilati e Telleri c’è la postilla: «Se vogliamo salvare le imprese del nostro territorio gli enti pubblici debbono sbloccare tutti i fondi disponibili, o cercare di ottenerne e far ripartire immediatamente i bandi di gara, quasi completamente fermi da alcuni mesi; non c’è più tempo, le imprese stanno chiudendo una ad una, trascinando con se (specialmente se si tratta di grandi imprese) centinaia di aziende più piccole che hanno collaborato o lavorato per loro in sub-appalto».

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